Il Coronavirus come la peste: la studentessa trova le analogie fra i "Promessi Sposi" e l'attualità

Una ricerca accurata di una alunna del Versari Macrelli mette in evidenza le tante similitudini fra l'emergenza Covid e il passato: dall'assalto ai forni alla zona rossa

Un salto dai Promessi Sposi ai giorni nostri che lascia stupefatti per le tante similitudini. E' questo che emerge dall'intelligente comparazione svolta da Andrea Rossi, una studentessa della classe 2C dell'Istituto professionale Versari Macrelli di Cesena, un lavoro poi segnalato alla nostra redazione dall'insegnante di lettere Mariagrazia Lamonaca. Un confronto davvero efficace che fa risaltare più di una somiglianza tra l'attuale epidemia di Coronavirus e la terribile peste del Seicento. Un interessante spunto di riflessione anche per il mondo scuola che, nonostante le restrizioni e le lezioni a distanza, si dimostra ancora una volta una fucina di talenti.

La ricerca dell'alunna cesenate, infatti, trova più di un punto in comune fra il romanzo di Alessandro Manzoni e la situazione attuale, paragonando l'emergenza Coronavirus all'epidemia di peste del '600. E si scopre quanti siano i temi della nostra attualità che richiamano da vicino la storia descritta da Manzoni nei Promessi Sposi, capolavoro della letteratura italiana, la cui prima edizione risale al 1827, ma che è ambientato nella Lombardia del 1628-1630, durante il dominio degli Spagnoli.

L'assalto ai forni (supermercati)

La studentessa del Versari Macrelli ha esaminato in maniera dettagliata i capitoli 12 e 31 del romanzo e le somiglianze saltano davvero agli occhi. Il dodicesimo capitolo, per esempio, è dedicato all'assalto del “forno delle Grucce”, una famosa bottega milanese che viene assaltata dalla folla in tumulto nel giorno di S. Martino del 1628. "La popolazione, allora come oggi, è preoccupata per un’eventuale mancanza di viveri. Nel capitolo è descritto come la folla, irritata per la revoca del calmiere decisa il giorno prima, accorre in massa per saccheggiare il pane - scrive la studentessa nel suo elaborato - Questa parte del capitolo può essere paragonata agli “assalti” ai supermercati che molta gente ha attuato di recente, non avendo la certezza che un determinato alimento sarà disponibile più avanti. E allora via!, di corsa, ci si affretta a raggiungerlo per farlo proprio".

Il paziente zero

Nel trentunesimo capitolo Manzoni descrive ampiamente la peste che devastò il nord Italia tra 1628 e 1630. E anche qui le analogie con l'emergenza Covid-19 non mancano. Già i cronisti dell'epoca si concentrarono sull'individuazione di colui che per primo portò la peste a Milano: venne indicato il soldato Antonio Lovato che entrò nel capoluogo lombardo con un fagotto di vesti comprate o rubate ai lanzichenecchi. Dal '600 torniamo all'attualità ed ecco che "il nostro ipotetico primo paziente, chiamato anche “paziente 0”, si pensa sia arrivato dalla Germania, tra il 25 e 26 gennaio, e sarebbe colui che ha fatto partire il focolaio di Coronavirus a Codogno". Il Tribunale di Sanità milanese fece segregare in casa la famiglia del soldato e ordinò di bruciarne vestiti e suppellettili, ma questo non impedì il dilagare del morbo.

Il contagio

La diffusione della malattia, allora come oggi, non venne evitata. "Le autorità sanitarie di Milano nutrivano forti timori che il passaggio delle soldatesche potesse diffondere la malattia, cosicché Alessandro Tadino, allora membro del Tribunale di Sanità e autore in seguito di un ragguaglio più volte citato da Manzoni come fonte, rappresentò al governatore milanese don Gonzalo Fernandez de Cordoba il rischio incombente sulla città chiedendo provvedimenti di prevenzione, ma l'uomo politico rispose che la discesa delle truppe era dovuta a esigenze belliche imprescindibili e che bisognava confidare nella Provvidenza. Sporadici casi di peste vennero riscontrati in tutto il territorio percorso dai lanzichenecchi e il famoso medico Lodovico Settala (potremmo considerarlo un Burioni ante litteram), il 20 ottobre 1629 informò il Tribunale di Sanità che la peste si stava diffondendo nel territorio di Lecco".

La zona rossa

Proprio come ai giorni nostri, anche all'epoca raccontata da Manzoni si cercò di correre ai ripari. La studentessa cesenate infatti spiega nella sua ricerca come i funzionari richiamassero l'attenzione delle "autorità di Milano affinché stringessero un cordone sanitario intorno alla città (le attuali “zone rosse”), per impedirvi l'ingresso alle popolazioni provenienti dalle zone in cui l'epidemia stava già infuriando".

La sottovalutazione del virus

La dolorosa analogia con il passato continua: "Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un'incredibile negligenza nell'applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse alla città, al punto che la grida che imponeva il cordone sanitario non fu emanata che il 29 novembre, quando ormai la peste era già entrata a Milano".

Non solo le autorità, anche la popolazione inizialmente sottostimò la potenza del morbo: "ci sono costanti del comportamento umano che ritornano nel 2020, nonostante gli smartphone. Primo fra tutti la sottovalutazione irresponsabile del contagio. È così che, con il 'contatto e la pratica' (esattamente quel che oggi cerchiamo di evitare al motto #iorestoacasa), il male si va diffondendo: e con esso cresce 'la cieca e indisciplinata paura' in parallelo con la caccia all’untore".

Il super commissario, i medici e i pazienti

Ultima anologia colta dalla brava studentessa dell'Istituto cesenate è quella del super commissario. "Persino nella Milano di quei tempi è presente il “super commissario”, Felice Casati, ed è il padre cappuccino che, durante il romanzo, assume un ruolo chiave e gli viene l’incarico di sovrintendere al lazzaretto, dotato com’è di pieni poteri economici, organizzativi e giudiziari, ma soprattutto di carità cristiana nell’avvicinarsi ai malati [...] Un Domenico Arcuri di quattro secoli fa? Molto di più, se 'minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime'. Un amministratore che lavora anche sul campo come tanti altri piccoli eroi di ieri e di oggi, allora i monaci, oggi medici e infermieri che fanno turni ospedalieri impossibili fino a crollare di stanchezza su una tastiera". 

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Il lavoro costante del personale ospedaliero e il sacrificio sono "l’eterna costante italiana, e non solo. Fatto sta che anche nel Seicento si costruiscono in quattro e quattr’otto strutture di soccorso: 'bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno', si tirano su capanne di paglia per ospitare quattromila pazienti". Dalla ricerca dei posti letto alle medicine, fino alle nostre mascherine. "Anche nel 1630 c’è l’esigenza di tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria".
Insomma, sono tante le analogie messe in luce dall'attento lavoro di questa studentessa cesenate. Sul sito dell'Istituto "Versari Macrelli" è possibile leggere il testo integrale della ricerca.

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