Voglio un altro Pertini!

C’era una volta un grande presidente italiano con una storia alle spalle che potrebbe essere uscita dalla penna di un grande romanziere, ma che invece è fatta di carne e sangue, di forza e moralità. Socialista, ateo, ufficiale dell’Esercito durante la prima Guerra mondiale, nel 1925 viene sbattuto in galera per aver scritto un volantino intitolato “Sotto il barbaro dominio fascista”, in risposta all’omicidio Matteotti. Dopo otto mesi, continua ad opporsi al regime, ma le bastonate dei fascisti gli costano una frattura al braccio destro e una condanna al confino. 

Ripara a Genova, si imbarca alla volta della Corsica con altri esiliati ed infine torna a Nizza, dove svolge i lavori più diversi; ma il richiamo della lotta clandestina e la liberazione della terra natia non lo abbandonano mai. Così nel 1929, sotto il falso nome di Luigi Roncaglia, torna a Pisa, dove è catturato dai fascisti e condannato a dieci anni di reclusione nell’isola di Santo Stefano: cella di isolamento. La determinazione, tuttavia, aumenta e da laggiù scrive: “Sapevo che, con la mia presenza in carcere e con la mia condotta senza cedimenti, infondevo ai miei compagni in Italia e all’estero una più decisa volontà di resistere, e dunque non spendevo vanamente i miei giorni”. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, viene rilasciato, ma si unisce alla Resistenza a Roma, di nuovo sotto mentite spoglie; libertà che dura meno di tre mesi perché arrestato dalla polizia repubblichina e, senza un processo, condannato a morte nel carcere di Regina Coeli. La storia diventa mito quando, grazie all’aiuto di alcuni compagni travestiti da ufficiali fascisti, riesce a fuggire, ma decide di tornare a lottare con i partigiani nel Nord, ancora occupato dai nazisti.

Spacciandosi per esperto scalatore, intraprende quindi un rocambolesco viaggio dal versante francese del Monte Bianco, in direzione di Milano, dove una guida alpina gli regala la prima pipa. Gli scontri, gli scioperi generali, i disordini continui, le fucilazioni pubbliche segneranno di lì a poco l’implosione del regime, seguita dall’insurrezione popolare e dalla resa incondizionata al Comitato di Liberazione Nazionale. All’indomani della Liberazione, Pertini terrà uno straordinario discorso in Piazza del Duomo, il primo da uomo libero. Ma vent’anni di prigionia, di clandestinità, di persecuzioni, di lotta in prima persona per l’affermazione della democrazia e della libertà avranno temprato il corpo e l’anima dell’uomo, e formato la mente dello statista.

Dopo, soltanto dopo, arriveranno la Costituente, la carriera giornalistica, l’elezione a deputato e a presidente della Camera, fino all’inaspettata elezione a Capo di Stato nel luglio del 1978. Ecco, il valore aggiunto di un rappresentante delle istituzioni, la garanzia che egli sia anzitutto uno statista e che agisca nell’interesse generale, è il portato delle battaglie che un uomo combatte in favore di principi universali, non di interessi particolari. “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”, ripeteva Alcide De Gasperi. “Il primo impiegato dello Stato”, come soleva definirsi Pertini, la sera tornava a casa a piedi, dove lo aspettava Carla Voltolina, sua moglie, in una mansarda di 35 mq presa in affitto in centro a Roma. A Beirut, nel 1983, portò con sé cento bottiglie di lambrusco e cento panettoni, in omaggio al nostro contingente militare, mentre in una Berlino divisa a metà da un muro “che dà angoscia”, salutò commosso i connazionali immigrati in veste di “capo della famiglia degli italiani”. 

Popolare, schietto, gli piaceva parlare a braccio e si rivolgeva alle istituzioni con lo stesso linguaggio diretto e semplice che usava con i giovani che lo andavano a trovare (in tutto, quasi sessanta mila tra alunni e studenti). Senza retorica, senza autocompiacimento, Pertini era vicino alle persone e lontano dai protocolli; amava la propria patria e il proprio popolo. Questo la gente comune lo sente, ed è quello che conta. Umile, autorevole, egli aveva i titoli e il diritto di parlare così. Nel discorso di fine 1978 disse che “i giovani non hanno bisogno di prediche. I giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. Mi chiedo cosa sia cambiato da allora, perché da un pezzo non sento alcun rappresentante della Repubblica usare parole del genere. 

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Fra pochi giorni il Parlamento dovrà eleggere il successore di Giorgio Napolitano ed ha un’occasione irripetibile per scegliere il rappresentante della Nazione in un momento storico in cui le istituzioni democratiche godono di infima credibilità. Oggi il Parlamento può orgogliosamente riscattarsi da decenni di mediocrità e tatticismi. Dobbiamo ricominciare proprio da qui, dall’elezione di un simbolo di onestà e coerenza. Voglio quindi un altro presidente così! Voglio un punto di riferimento, voglio un presidente credibile quando parla alla Nazione “che affratella tutti, nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia. Viva la Repubblica, viva l’Italia!”

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