Servitori o servi?

Un lavoratore italiano su sei è un servitore dello Stato o di una sua frazione (Regioni, Province, ecc). Se non fosse per gli oltre tre milioni di cittadini che ogni giorno ci curano, ci proteggono, ci istruiscono, ci governano e ci aiutano, non potremmo nemmeno affermare di far parte di uno Stato – perlomeno secondo l’accezione moderna –, ma solo di una comunità organizzata che provvede all’autosostentamento. Perciò lo Zanichelli definisce “servitore” colui che “si dedica con devozione e fedeltà a servire una persona, un ideale e sim.”. Al di là dell’aspetto materiale e professionale, pertanto, c’è anche un portato morale del servizio svolto da questa categoria. Attardarsi sull’efficienza dell’uno o della produttività dell’altra è facile, mentre generalizzare è esercizio inutile; ma sta di fatto che a disattendere le regole di buon senso e le responsabilità di questo patto tra Stato e suoi diretti sottoposti sia a volte proprio il primo.

> Ascolta l'intervista all'autista di Giovanni Falcone

C’è un caso emblematico, ancorché sconosciuto, di un servitore fuori dall’ordinario che è stato inspiegabilmente scaricato dal suo datore di lavoro. Quest’uomo ha un nome e un cognome: Giuseppe Costanza. Vivo di fatto, ma morto per la cronaca, Costanza era l’autista personale di Giovanni Falcone, che il 23 maggio 1992 è saltato in aria con il magistrato e Francesca Morvillo. Dopo otto frenetici anni di servizio e un fallito attentato mafioso all’Addaura nel 1989, Costanza sapeva benissimo che ogni giorno poteva essere l’ultimo. Ma era la vita che aveva scelto. Quel sabato sopravvissero quattro persone. Lui è una di queste. Quanti lo sanno? Quanti, a distanza di ventuno anni, si chiedono il perché di un anonimato forzoso? Radio 24 pochi giorni fa l’ha intervistato, per la seconda volta, per dare voce a un servitore che lo Stato, di fatto, ha isolato e messo in sordina. Un servitore o, a questo punto, un servo oppresso, un ilota? Cos’è che non funziona in questo anomalo Paese e in quella sciagurata isola? Raccontarne qui i retroscena sarebbe superfluo, perché la sua viva voce basta e basterà, finché ne avrà ancora le forze, a trasmettere ogni significato, ogni emozione, ogni contenuto. Altro non serve. Oggi quindi viene in ausilio di questo post solo l’audio, la voce di un cittadino che ha servito con onore il proprio Paese, secondo l’accezione più nobile, ma che quest’ultimo non vuole riconoscere.

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