Il Papino - Parte IV

il-papino-2Leggo le notizie della quarta candidatura del Cavaliere alle prossime elezioni politiche e, spontaneamente, penso alle parole. Non tanto a quelle dette e poi rimangiate, ma al valore intrinseco della parola in quanto strumento prezioso per tendere alla verità.

Irresistibile poi è il parallelismo con don Corleone, grande mentitore. Quante somiglianze, quanti spunti golosi per la stampa internazionale (Die Welt, The Economist, Le Monde, The Washington Post). Quando l’accentramento di potere è fuori controllo, la sfera pubblica si mescola con quella privata, la Legge si inchina al Denaro, la memoria si sottomette all’orgoglio.

Fiction e realtà via via si assomigliano e si confondono. Certo, il ricatto è rimpiazzato dal discorso persuasivo, la minaccia armata da un sorriso rassicurante; al punto tale però che l’emotività ha prevalso sulla ragione. Come spiegare altrimenti il successo di Publitalia ’80 o del Master in Comunicazione e Marketing promosso da Mediaset? Rimane immutata poi la spregiudicatezza e la personificazione del potere – riconosciuto dal basso – dove tutto sembra avere un prezzo. “Niente di personale. È solo business”, si ricordavano tra boss. E poi l’immagine impeccabile del potente, il suo charme, il suo maschilismo, il suo stuolo di cortigiani, il clientelismo, gli eccessi di vita. Parliamo di impresari della comunicazione e delle pubbliche relazioni. Emozionano anziché governare, persuadono anziché educare. Al punto da aver indotto i propri connazionali all’incapacità di distinguere ciò che è bene comune da ciò che è interesse particolare, ciò che è vero da ciò che è finto. È tutto un grande spettacolo: un unico regista, tante comparse. Due situazioni parallele, un unico fine: il mantenimento dello status quo. Insomma: The show must go on.

Domenica scorsa Eugenio Scalfari ha scritto nel suo consueto editoriale su la Repubblica: “… è il "folk" che conta. Il partito non c'era, non c'è mai stato e continua a non esserci, ma le clientele sì, quelle ci sono sempre state e adesso serrano i ranghi”. Già, il Papino e i suoi accoliti stanno preparando una grande opera di maquillage politico, a scapito degli allocchi. Da qui alle prossime elezioni politiche, cioè, rinnoveranno la sola immagine del centro-destra ricorrendo alla stessa arte del make up impiegata nei camerini di Mediaset. A cominciare da un nuovo simbolo e da un nuovo nome di partito, come già preannunciato. Aspettatevi quindi qualcosa di evocativo, di emozionante! Ma niente di più. Abbiamo già visto questo film, no?

Dato che i tempi tecnici per l’elezione a Capo dello Stato (suo inconfessabile obiettivo) non lo consentono, il Cavaliere ha perciò preferito rimangiarsi spudoratamente la parola accampando un banale pretesto: quello della folla di imprenditori imploranti il suo ritorno. Ma il Volk comincia ad essere stanco, non ce la fa più. “Il potere logora chi non ce l’ha”, grugniva Calò mentre uccideva il potente Licio Lucchesi, nel terzo episodio de Il Padrino, citando, non a caso, Giulio Andreotti. Le coincidenze, caro Papino, non esistono.
 

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