E vissero tutti mitridatizzati e contenti

Vignetta Altan assuefazione mitridatizzazione-2Ricorderò sempre quel giorno in cui il maestro di quinta elementare, Paolo Soliman, ci raccontò la trovata di un re per sventare ogni tentativo di avvelenamento contro di sé: ingerire regolarmente ogni tipo di veleno conosciuto, fino a diventarne immune. Mi sembrò assurdo che il corpo di Mitridate VI potesse tollerare tante sostanze nocive, ma l’insegnante ci spiegò che un organismo ci riusciva solo se inizialmente ne assumeva in minima parte, aumentando poi progressivamente le quantità per lungo tempo. È sorprendente quanto questo fenomeno sia simile a quanto sta accadendo oggi al corpo nazionale italiano!
Abituati alla violenza del linguaggio e dei modi di certi rappresentanti politici (che l’Europa non esita a mettere al bando), abbiamo ingoiato episodi di gravità inaudita come ad esempio quelli accaduti recentemente a danno del ministro Cécile Kyenge, per poi lasciarceli scivolare addosso nell’arco di pochi giorni. A mio avviso, urge chiedersi il perché e cercare una risposta negli ultimi cinquant’anni di storia nazionale.

Ammorbata da malaffare, corruttele e depravazioni che hanno preso prima la forma di stragi, poi di connivenze e collusioni mafiose e, di recente, di delegittimazione delle istituzioni, la politica italiana sta scontando una delle peggiori crisi dal secondo dopoguerra. Crisi innanzitutto morale, unita a quella di identità nazionale e di qualità politica che, in fondo, ci rappresenta. Soprattutto, crisi preannunciata da alcuni illustri esponenti dentro o vicini al mondo delle istituzioni (Nilde Iotti, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Norberto Bobbio, solo per fare alcuni nomi).

Ma i veleni a cui il corpo di questa Italia asfittica si è abituato sono presenti anche oggigiorno, in questo preciso istante. E sono tanti. Per riconoscerli – e soprattutto per contrastarli – bisogna per prima cosa osservare i sintomi: la degenerazione e la conseguente disaffezione verso il dibattito politico; la mancanza di passione, di interesse, perfino di rispetto verso ciò che ci accomuna (un simbolo nazionale, una festività civile, un monumento nella piazza del paese); la scarso valore conferito all’etica pubblica (quante volte, per fare solo un esempio, abbiamo chiesto un “favore” all’amico dell’ufficio comunale o accettato la raccomandazione dal parente intrallazzato?); la frequente trasgressione di norme e regolamenti, specie di quelli non sanzionatori; una concezione del merito che fa acqua da tutte le parti; per non parlare poi dell’argomento più delicato – i soldi – sottoforma di evasione di tasse e tributi o di mancato rilascio di scontrini e fatture.

Assuefatti allo stupro della giustizia e della legalità che si consuma quotidianamente sui luoghi di lavoro, a scuola, negli ospedali, nelle dispute sportive, perfino nel traffico cittadino, permettiamo di conseguenza che le massime istituzioni – ovvero l’impianto repubblicano – siano oscenamente oltraggiate o che si scannino tra di loro (ultimo fra tutti il caso Berlusconi vs. magistratura), nella convinzione di essere del tutto impotenti ed esenti da responsabilità (dando implicitamente ragione al graffiante Ennio Flaiano, quando scriveva che “l’italiano è mosso da un senso sfrenato di ingiustizia”). Il punto è che la maggior parte di noi ormai non si scandalizza di fronte ad alcunché, non si indigna più. Come fossimo anestetizzati. Mitridatizzati, appunto.

Si potrà obiettare che è il bisogno concreto, lo stato di necessità materiale del singolo che causa la violazione della legge (un lavoratore disoccupato o un’impresa in punto di morte, in pratica, hanno bisogno di soddisfare un’esigenza materiale immediata, non di preoccuparsi di filosofia del diritto o di massimi sistemi). Grazie al Cielo, però, il mondo non termina sulla frontiera nazionale – semmai, inizia proprio da lì –, per cui ben vengano il confronto con altri Paesi e l’apprendimento delle buone prassi. Rieccoci allora al dilemma sociale: per migliorare le condizioni materiali e soprattutto morali del corpo sociale, è il singolo che deve avere una condotta pubblica e privata integerrima o è lo Stato che deve creare le condizioni perché ciò possa realizzarsi? Chi deve fare il primo passo per impedire a questo serpente di mordersi la coda, tenuto conto che sono sempre i più deboli a pagare il prezzo maggiore? Apriamo il dibattito, a cui sono invitati tutti i cittadini, e guardiamo con onestà al recente passato, sia individuale che collettivo. Ma scagli la prima pietra chi è senza peccato.

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