Analfabeta!

Ci sono italiani con una competenza ed un talento tali da poter ricoprire per diritto incarichi politici in settori cruciali quali la cultura, l’istruzione o l’informazione. Ce ne sono tanti, ma – diciamolo – quanti ne abbiamo visto alternarsi nei rispettivi dicasteri negli ultimi tre decenni e, soprattutto, quanto potere hanno effettivamente avuto per incidere sulle sorti dei cittadini italiani e sulle loro coscienze? Se c’è una cosa di cui ha estremo bisogno questo Paese, più del lavoro per guadagnare denaro, più del denaro per pagare il mutuo, le bollette e i contributi, è l’istruzione. E policy makers coraggiosi. Una classe dirigente che punta su istruzione ed educazione è quella che ha più a cuore il proprio popolo, poiché si preoccupa ogni giorno del progresso morale e materiale di tutte le generazioni, presenti e future.

Da un pezzo però non è più così, e basta andare a fare un giro nelle scuole o parlare con l’esercito di insegnanti precari per rendersi conto che non stiamo più al passo. Siamo al 34° posto sui 36 Paesi dell’OCSE per numero di laureati (fanalino di coda tra quelli dell’UE), mentre, a detta di Tito Boeri, “nei test internazionali i nostri laureati totalizzano il punteggio più basso”. Siamo il Paese europeo con la minore percentuale del PIL investita nella ricerca (circa l’1%) e addirittura l’ultimo ad aver introdotto il dottorato. Secondo l’ISTAT, nel 2011 appena il 36% dei cittadini del Sud ha letto da uno a tre libri (una piccola minoranza ne ha letti molti di più, mentre il resto non ne ha aperto nemmeno uno). 

Le cose non vanno meglio per quanto riguarda la conoscenza dell’inglese: una recente ricerca condotta in Europa da EF, la nota scuola di lingue, ci colloca in penultima posizione. Per non parlare poi della libertà d’informazione, minacciata dai perduranti, inauditi conflitti d’interessi a causa dei quali siamo considerati un “Paese semi-libero” da Freedom House e Reporters sans Frontières.

Abbiamo dato i natali a geni della letteratura come Dante e Boccaccio, ma quanti di noi hanno letto e riflettuto su qualche passo della Divina Commedia? Ma soprattutto, chi ce ne ha mai trasmesso il valore, la bellezza e la sorprendente attualità (“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”)?

L’ignoranza è figlia della presunzione, e fintantoché non ci apriremo all’esterno e al nuovo – un libro, un corso per adulti, una vacanza-studio all’estero, ma anche un abbonamento a teatro – soffriremo sempre di quell’arretratezza culturale che ci contraddistingue nelle classifiche internazionali e non potremo affrancarci dal peggiore degli analfabetismi, quello politico; a sua volta causa del declino morale ed economico. Possibile che nessun governante di buon senso veda ed intervenga sulla relazione ignoranza/povertà?

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“Il peggior analfabeta”, scriveva Bertolt Brecht, che nella prima metà del ‘900 aveva visto scivolare il proprio Paese da una repubblica ad una dittatura, “è l’analfabeta politico. Egli non sente, non parla, né s’interessa degli avvenimenti politici. Egli non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine, dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è talmente somaro che si inorgoglisce e si gonfia il petto nel dire che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, il mafioso, il corrotto, il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali”.

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