Sulla stessa barca

A seguito di una notizia riportata qualche giorno fa dalle agenzie, dell'aggressione ed uccisione di un rapper greco da parte di un gruppo di estremisti vicini al partito Alba Dorata, mi è sembrato interessante fare qualche riflessione sull'ondata di episodi violenti riportata dalle cronache in questo periodo di crisi.

È indubbio che in un periodo di significative difficoltà sociali sia più  probabile assistere ad un incremento degli episodi di violenza. Ne sono testimoni le epoche che ci hanno preceduto, come quella della Grande Depressione degli anni '30, ed alcuni studi psicologici sul comportamento animale ed umano, che ipotizzano una connessione diretta tra lo stato di frustrazione e la probabilità di attuare comportamenti aggressivi (ad esempio il concetto freudiano di spostamento come meccanismo di difesa, o l'ipotesi “frustrazione-aggressività” dello psicologo statunitense John Dollard). Tali comportamenti violenti sarebbero orientati a ridurre lo stato di tensione interna dell'individuo, e laddove non sia possibile arrivare alla fonte della frustrazione essi si “scaricano” su obiettivi più prossimi e raggiungibili, anche se questi ultimi non sono causa diretta dello stato emotivo negativo.

In tale senso, è plausibile pensare che frustrazioni derivate da difficoltà socio-economiche comuni a molti inneschino in alcuni di noi una nostra risposta aggressiva, che tuttavia sarà rivolta su chi ci è più vicino, piuttosto che verso un inconsistente ed inaccessibile “sistema” che ha portato alle condizioni di disagio. Gli episodi riportati dalla cronaca ne sono testimonianza: l'aggressività degli individui viene rivolta spesso su “capri espiatori” che di volta in volta sono o percepiti come simboli del sistema iniquo (ad esempio gli episodi di aggressione a funzionari di Equitalia o delle Forze dell'Ordine) o su persone a noi vicine nella quotidianità (come gli episodi di violenza domestica e di intolleranza tra appartenenti a diversi gruppi etnici, politici, sportivi).

Da un punto di vista psico-sociale, un elemento a mio avviso determinante nella scelta (più o meno consapevole) dell'obiettivo della nostra aggressività è proprio la percezione che abbiamo di distanza rispetto a chi farà da capro espiatorio. Il destinatario dell'atto aggressivo viene spesso visto come altro, diverso e contrapposto, sulla base di fattori come l'appartenenza a differenti gruppi sociali. Negli episodi di cronaca si può notare come all'origine delle violenze ci sia sempre una contrapposizione legata al genere o all'orientamento sessuale, all'età, alle condizioni sociali, paese e cultura di origine, oppure ad appartenenze legate al mondo sportivo o politico, proprio come nell'episodio citato ad inizio pagina.

Gli studi sul conflitto tra gruppi sociali tuttavia sottolineano un aspetto fondamentale: ciò che veramente conta non è la (inevitabile) presenza di differenze tra individui, quanto la “salienza” che tali differenze hanno nelle loro menti. Il nostro comportamento è condizionato dalle differenze alle quali diamo più importanza nel momento in cui ci relazioniamo con un altra persona, non tenendo in considerazione le inevitabili caratteristiche comuni che con tali contrapposizioni coesistono. Due individui potrebbero essere contrapposti per origini etniche, ma anche accomunati da condizioni lavorative, diversi per convinzioni politiche, ma vicini per interessi sportivi, e così via. Una volta che le comuni appartenenze vengono prese in considerazione, la percezione di essere in qualche modo “sulla stessa barca” rende meno sensata agli occhi delle persone l'eventualità di agire in modo aggressivo.

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In chiusura, un consiglio distante da ideali utopici del tipo “vogliamoci tutti bene”, piuttosto basato su considerazioni di convenienza: cerchiamo di non fermarci mai alle differenze che ci distanziano da chi abbiamo di fronte, sforziamoci di includere nella nostra percezione dell'altro anche quei tratti che ci accomunano. Perché se è vero che i conflitti violenti spesso non fanno altro che peggiorare la situazione ed assecondare il gioco di chi vuole mantenere lo stato delle cose mediante il “divide et impera”, in questi periodi di difficoltà economiche la chiave per il miglioramento della qualità della vita di ciascuno risiede nel consolidamento delle reti sociali che ci circondano.

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