Parliamone!

Venerdì 16 c.m. si è svolto, a Forlì, un laboratorio sui temi della multiculturalità. Erano presenti politici, rappresentanti di associazioni e servizi coinvolti nelle tematiche dei migranti, cittadini extracomunitari impegnati a vario titolo nelle azioni di accoglienza e di aiuto ed un discreto numero di psicologi.

L’incontro, organizzato dalla nostra associazione, prendeva spunto dal convincimento di una psicologia sempre più vicina al territorio e sempre più intesa a favorire sia la prevenzione di stati di disagio sia lo sviluppo di situazioni di benessere.

Ancora troppo abituati a vedere lo psicologo come un professionista che interviene per curare disturbi già presenti, a volte in maniera grave, spesso non si comprende come ed in quanti modi la psicologia ed i suoi operatori possano contribuire alla prevenzione degli stati di disagio e alla crescita del benessere psicologico che può fare da viatico ad un vivere di qualità molto migliore dell’attuale. In questa logica lo psicologo deve avvicinarsi quanto più possibile al territorio, deve viverne le dinamiche, deve sentirne i turbamenti, deve prevenirne i bisogni, in modo da poter agire per migliorare e prevenire prima che per curare. In questo territorio, nelle strade, nelle scuole, nei posti di lavoro, è ormai ampia la presenza di persone, di cittadini, provenienti dalle più svariate parti del pianeta.

Così si sono volute ascoltare le storie e le esperienze di migranti che hanno aiutato a focalizzare almeno due tematiche su cui un’azione preventiva e di supporto potrebbe incidere favorevolmente nel risolvere situazioni che, malamente incancrenite, finirebbero per diventare gravi problemi sociali.

La prima tematica emersa è collegata al senso di solitudine e di impotenza vissuto dal migrante. Nell’analizzare la situazione del migrante si rischia di dimenticare o di sottovalutare le sensazioni di malessere, di perdita di sicurezze, di solitudine che affliggono lo straniero extracomunitario soprattutto quando le motivazioni del suo trasferimento non sono state scelte libere, ma piuttosto forzate. Pensiamo a chi fugge da guerre o fame o alle donne che operano un ricongiungimento familiare.

Per tutte queste situazioni sarebbe importante una azione di ascolto, un’occasione di libera espressione delle proprie sensazioni di caos e di inquietudine, sarebbe fortemente preventiva una realtà capace di attenuare il senso di solitudine e di impotenza che si vive. Un territorio ricco di opportunità di ascolto è un territorio che fa prevenzione e che ha necessità di equipe multidisciplinari, al cui interno inserire mediatori culturali e psicologi di base per renderne più proficua l’opera.Conseguentemente a quanto detto è emersa la necessità di una “socializzazione reciproca”, di una reciproca acculturazione, di un percorso di reciproca conoscenza in cui non solo chi accoglie cerca di spiegare il proprio mondo , ma anche chi è accolto fa conoscere il suo mondo di provenienza.

Si parla certamente di percorsi per insegnare la lingua ai nuovi arrivati, ma anche della necessità di trasmettere usi e costumi e norme e trucchi per la sopravvivenza nel nuovo Paese e si tratta anche di ascoltare le abitudini, i comportamenti, le norme socio culturali di chi arriva con una storia che non può e non deve essere cancellata.

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L’attuale momento socio economico non pare favorevole per tutto ciò che si racchiude nella parola welfare, ma siamo convinti che non sia la mancanza di denaro il nemico principale da battere quanto piuttosto il diffuso convincimento di una scarsa utilità e produttività del welfare. Cominciamo a parlarne prima che sia tardi.

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