La fiducia è una cosa seria

Siamo di nuovo in campagna elettorale, al confronto-scontro tra i partiti politici, alla riflessione dei cittadini sulla scelta del candidato politico migliore. Ma cosa vi è alla base di questa scelta?

Sempre di più rispetto al passato, non è il programma politico presentato ad essere rilevante ma il candidato che si presenta come leader. Vi è una personificazione della politica tale per cui il partito non sembra più trovare nel leader il suo rappresentante, ma esserne piuttosto lo specchio. L’uomo, il politico, diventa la chiave della propria scelta elettorale: sceglieremo il leader che più di altri sembra essere capace di rispettare quanto promesso, quello di cui ci fidiamo.

Il problema è che spesso siamo delusi dai cambiamenti di opinione, dalle scuse, dalle giustificazioni che caratterizzano il comportamento di alcuni politici. Forse gli elettori hanno delle aspettative troppo alte e forse i politici credono di poterle sempre confermare. Talvolta negano eventi, parole, omettono scomode verità nel tentativo di dare una coerenza a comportamenti che non lo sono stati e di restituire ai cittadini un’immagine positiva di sé.

Secondo la psicologa Bella De Paulo la ragione principale per cui decidiamo di mentire sta non tanto nel desiderio di proteggere i sentimenti altrui quanto nel tentativo di preservare il consenso sociale, o meglio l’approvazione ed il rispetto degli altri. Più si è esposti al giudizio sociale, più aumenta la tentazione di ricorrere alla bugia.

E’, forse, la paura la ragione primaria che invita a mentire nel mondo politico. La paura di non essere più importanti o di perdere la poltrona potrebbe spingere i politici a non ammettere i propri errori, a non essere disposti a fare passi indietro, a non mettere in discussione parole precedentemente dichiarate.

Tale riflessione, che sembra essere logica, è in realtà il risultato di una reazione istintiva. Gi studi sul comportamento non verbale hanno constatato come la paura abbia delle mimiche facciali in comune a quelle del disgusto. Quelli compiuti nel campo delle neuroscienze hanno invece appurato che esiste un funzionamento dei neuroni, neuroni specchio, tale per cui, mentre si osserva una determinata azione, si azionano le stesse aree celebrali che sarebbero attive se quel comportamento venisse realizzato in prima persona. Per una sorta di proprietà transitiva, dove i neuroni specchio si pongono come agente mediatore, le emozioni che vediamo nei nostri politici diventano le sensazione che noi viviamo: paura, disgusto e la conseguente delusione e desiderio di allontanarsi dal mondo politico.

Tali sentimenti sono fortemente percepiti e condivisi dai giovani che, più degli adulti, vivono questo distacco. Il disgusto e la delusione per il mondo politico sono le principali cause dei bassi livelli di partecipazione di tale categoria sociale. Possiamo agire sul disinteresse, coinvolgendo gli studenti alla vita della comunità, rendendoli parte di un mondo che, percepito sempre più come il proprio, sarà maggiormente preservato e conservato. Tuttavia, noi cittadini non possiamo intervenire sulla delusione, che, per essere contrastata, richiederebbe un intervento dall’alto e più precoce: la fiducia per le Istituzioni è un sentimento che si costruisce e si consolida nel corso del tempo e che va pertanto seguito ed accompagnato nel corso della sua crescita.

La scuola potrebbe ricoprire, a tal proposito, un ruolo fondamentale: è il primo contesto istituzionale con cui l’individuo entra a contatto, e la visione che l’individuo ne costruisce è un po’ come l’imprinting che determina il modo in cui ci si approccia alla vita istituzionale, con tutte le conseguenze che tale primo sguardo può comportare.

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Date queste premesse, forse varrebbe la pena chiedersi: a che livelli è stata relegata la scuola?

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