L'orto di Diocleziano

Appena l’ebbe osservato più attentamente, Aschenbach s’accorse, con una sorta di raccapriccio, che si trattava d’un falso giovanotto. [T. Mann, La morte a Venezia]

Si narra che alla richiesta di riprendere in mano il potere dell’impero ormai sconvolto dalle battaglie politiche interne l’Imperatore Diocleziano (285 - 308 D.C.), grande riformatore dell’impero romano, rispose: «se voi sapeste come sono buoni i cavoli del mio orto non mi fareste una domanda simile». Infatti, dopo aver ricostruito l’impero dandogli stabilità, l’imperatore abdicò con buona pace il 1° maggio del 305 D.C., ritirandosi dalla vita attiva e dedicandosi all’“agricoltura”.

È noto che il progresso si costruisce anche con l’allungamento della vita delle persone, anche se, per contro, la tendenza a impiegare coloro che hanno più di 65 anni in processi lavorativi (anche dopo la pensione), genera una diminuzione delle opportunità per la popolazione più “giovane” e attiva. Tale mutazione sociale, in antitesi rispetto al passato nel quale gli anziani — è certamente vero — avevano ancora una funzione sociale per la comunità, mette in risalto – soprattutto nel nostro paese – una classe umana di risorse “diversamente giovane” che affiora all’interno di una società sempre più olders oriented.

L’Italia è il paese europeo che presenta un tasso di invecchiamento con un divario tra giovani e anziani molto ampio, all’interno del quale tale tendenza – o mutazione – mostra fenomeni che rientrano senza dubbio tra quelli di interesse dello psicologo.

Innanzitutto, il rapporto tra casse dirigente e età. Mentre nel resto del mondo l’accesso alla carriera e la selezione della classe dirigente è valutata secondo diversi indicatori: capacità di leadership, problem solving, attitudine a riorganizzare i processi a fronte di cambiamenti improvvisi, nel nostro paese pare che nella selezione della “nuova” classe dirigente siano innanzitutto richieste doti quali l’esperienza (e quella serve sempre… [ndr]), ma soprattutto, la rete di relazioni e rapporti personali costruiti in una vita di lavoro che ciascuno porta con sé. Senza voler in alcun modo stimolare alcuna provocazione generazionale, va da sé che se il divario tra giovani e anziani aumenta nell’accesso alle opportunità di carriera e di lavoro, sarà difficile per i più giovani costruire una rete di rapporti, ancor di più se basata sull’esperienza lavorativa. Rimane quindi che l’unica strategia di selezione dei dirigenti sia, in questi casi, quella della cooptazione.

Sull’altro versante, rappresentato dalla tanto sospirata collocazione a riposo, si assiste invece al traumatico passaggio dal “fare” al “sentire”, per il quale il lavoratore (la cosiddetta “risorsa”) si trova a affrontare una serie di cambiamenti esistenziali repentini e una fase di trasformazione della vita molta rapida: elisione della rete dei rapporti sociali (costruita anche attraverso il lavoro), riorganizzazione del gruppo famigliare (per l’allontanarsi dei figli), esperienze di perdita (di amici e congiunti). L’irrompere del “tempo libero” – prima occupato dal lavoro che attraverso il “fare” spinge in avanti la solitudine (e tutto ciò che essa comporta) – si manifesta con tutta la sua densa fluidità.

Non è un caso che una società olders oriented spinga fino all’esasperazione il tema politico della sicurezza. Come è noto tra percezione della sicurezza sociale e apertura alla diversità, a società più eterogenee culturalmente e socialmente, si interpone il grado di sicurezza percepita. È più insicuro chi è solo perché più esposto al rischio e meno propenso all’apertura verso l’altro, lo straniero, colui che non è conosciuto. Col passare degli anni nelle persone in età senile diminuiscono inevitabilmente le possibilità di svolgere alcune funzioni: camminare, vedere, udire, masticare. Tale nuova condizione traslata su un ambiente povero di relazioni genera una rappresentazione più ostile della realtà che interessa gli anziani, in particolare quelli soli.

Il divario generazionale ha modificato anche le tendenze al consumo. Oggi le donne e gli uomini di oltre 65 anni, rappresentano il 20 percento della popolazione italiana, con oltre 10 milioni di persone. Sono “consumatori” di merci e di beni materiali completamente diversi da quelli della restante parte della popolazione adulta. Alcuni di essi, ovvero coloro i quali possono contare su una buona situazione reddituale, sono buoni consumatori per il mercato, con una capacità d’acquisto di beni e servizi specifica. Secondo Gianluigi Guido dell’Università del Salento vi sono almeno 4 categorie di consumatori over 65: gli eremiti in buona salute, i socievoli acciaccati, i fragili reclusi, gli indulgenti in forma che fanno il paio con una categoria ancora più significativa: i giovanilisti; over 65 cosiddetti new age senza particolari problemi di salute che cercano di vivere come se avessero 12 anni in meno della loro età.

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I diversamente giovani non ancora stanchi e sempre meno sazi della vita perché coinvolti dal progresso civile, sociale ma ancor di più tecnologico (quello per intenderci che allontana dall’angoscia della propria finitudine) sono divenuti una categoria sociale di interesse non solo per il maketing. Rappresentano oggi le figure dirigenti più ricercate e si candidano a essere i nuovi leaders. L’esperienza accumulata negli anni e il desiderio di competere ancora grazie a essa li “obbliga” a essere — loro malgrado, forse — preziose risorse per il mercato del lavoro.

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