L'elemento soggettivo

Gli ultimi sviluppi nel panorama politico italiano ed il fermento che prelude l'imminente corsa elettorale hanno portato in secondo piano (nell'agenda dei media, sicuramente non in quella dei cittadini) una questione di non poca importanza: gli effetti della recente riforma del mercato del lavoro.

Prima della caduta del governo tecnico, prima della nascita di nuovi soggetti politici e nuove alleanze, il dibattito era molto acceso, seppure le cronache si soffermassero, prioritariamente, sulla riforma dell’articolo “18” e, in particolare, sui licenziamenti per ragioni oggettive dettati da situazioni economiche che determinano crisi aziendale.

Data l’accesa dialettica tra governo, parti sociali e rappresentanti politici, difficile esprimere un giudizio sereno senza entrare nei tecnicismi delle leggi. Si può però fare una considerazione libera da prese di posizione precostituite. Infatti, nessuno mette in dubbio che l’impresa voglia il proprio bene e, pertanto, mai si priverebbe di persone (operai, funzioni e maestranze) efficienti e efficaci, capaci di sostenerne la competitività e lo sviluppo.

Le notizie drammatiche di qualche mese fa fanno pensare: imprenditori che arrivano a gesti estremi fino a togliersi la vita per manifestare la loro difficoltà, hanno bisogno d’aiuto. Li avrebbe aiutati la riforma del mercato del lavoro presentata dal Governo uscente? Nessuno può dirlo con certezza e forse anche lo stesso Governo non aveva in mente come primo pensiero il mercato del lavoro interno, piccolo tassello di un più vasto mercato globalizzato.

Mercato, impresa, lavoro, produzione, ecco alcuni degli elementi oggettivi che costruiscono il discorso intorno al lavoro e all’occupabilità (infatti non si usa più la parola occupazione, perché il mercato del lavoro deve garantire il lavoro e non l’occupazione: i tempi sono cambiati!).

Gli Psicologi lo sanno bene, categoria professionale tra le più danneggiate dalla disoccupazione. Negli anni 90 quando cominciarono a fiorire i primi Corsi di Laurea in Psicologia si diceva che vi sarebbe stato uno psicologo in ogni settore, una promessa che ha determinato un potente afflusso di giovani diplomati provenienti da tutta Italia laddove nascevano corsi di laurea che promettevano l’eldorado psicologia. Ciò non è avvenuto, ma in compenso quegli psicologi hanno imparato a conoscere il lavoro e l’organizzazione, quel sistema che per paradosso tiene fuori dal mercato professionale anche loro: i cosiddetti esperti.

Se chiedessimo allo psicologo cosa fare per migliorare la produttività di un’azienda (o qualsiasi altra organizzazione produttiva), non potrebbe rispondere a prescindere dall’elemento soggettivo: la persona. Un lavoratore motivato in grado di realizzare il suo progetto di vita attraverso la sua attività lavorativa non è d’ostacolo all’azienda. Lo sanno bene anche quegli imprenditori che investono nella qualità della loro organizzazione, nella valorizzazione delle risorse umane, nel desiderio della persona di migliorarsi attraverso la sua attività, nella quale riconoscersi, senza nascondere un certo orgoglio.

L’ossatura economica dell’Italia è fatta da medie e piccole imprese il cui sistema qualità è la forza lavoro: le maestranze. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, recita l’articolo UNO della Costituzione.

Il lavoro è dunque a fondamento della Repubblica è elemento costitutivo del nostro essere Nazione. Va oltre l’aspetto produttivo; come dire: il “quanto rende” all’azienda. Il lavoro è un valore, almeno finché lo prevede la Costituzione. La produzione, l’investimento, il capitale non altro che un mezzo. Al centro però vi è sempre la persona quell’ente che fa girare le cose nel modo giusto, dando spessore a ciò che è inerte attraverso la sua opera frutto di ciò che comunemente definiamo creatività (originalità).

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Occorre dunque ripensare alla “vita lavorativa”, restituendo dignità al lavoro e alla persona, spingendo nondimeno oltre l’ostacolo il desiderio di vita di una generazione alla deriva che oramai non studia, non cerca lavoro, non s’impegna (i cosiddetti neet: "not in education, employment, or training"), nell’attesa vischiosa che trascorra un’altra stagione con la consueta naturale monotonia di sempre.

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