Il Regalo di Prometeo

Prometeo è considerato l’amico del genere umano perché ha donato agli uomini il potere del fuoco: l’abilità e la tecnica. Tuttavia, il titano Prometeo, l’amico dell’uomo, simbolo dell’amicizia, donerà agli uomini, fino allora vissuti nell’ignoranza, un dono ancor più grande: l’oblio. Nel mito di Prometeo il dono dell’oblio ovvero della capacità di dimenticare che l’esistenza umana ha una durata e un termine concede all’uomo di vivere il presente con gli occhi protesi all’orizzonte. Il potere di rimuovere (così almeno direbbero gli psicologi) l’idea che la vita umana ha una durata finita fa sì che l’uomo viva la propria esistenza lontana dall’angoscia della fine.

È per tale capacità che l’abilità e la tecnica, gli altri due poteri che il titano regala all’uomo, possono ampliarsi, permettendo all’essere umano di vivere carico di potenzialità la sua esistenza. E tuttavia, l’uomo è consapevole della sua durata. Se così non fosse, la vita assomiglierebbe a un film a rallentatore, sarebbe senza vitalità. I due fenomeni esistenziali, la durata e la fine, quindi sono completamente integrati alla vita.

Ciononostante, la tecnica moderna (ciò che H.G. Gadamer chiama il moderno illuminismo) ha potenziato il potere della rimozione (l’oblio), stimolando nelle società moderne l’idea dell’eternità. L’oblio dalla fine – concesso dal titano allo scopo di permettere agli uomini di vivere senza l’angoscia della morte – si è trasformato in una lotta dell’uomo contro la sua stessa natura che prevede in sé un inizio e una fine. Non è difficile riscontrarlo nelle modalità con cui la tecnica allontana tale angoscia: pensiamo alle moderne macchine per la rianimazione usate negli ospedali (la persona potrebbe vivere eternamente attaccata a una macchina per la respirazione), alla sostituzione delle forme popolari e etnologiche del lutto con delle procedure burocratiche. Queste ultime, sostituendole, confinano ai margini della società civilizzata un sapere carico di significati che appartiene alla cultura collettiva.

Ma a ben vedere, non è forse la consapevolezza del termine che da spessore e valore a una vita. Gli psicologi sanno che solo in tal modo si può definire l’identità di una persona, la sua biografia, altrimenti configurata come una potenzialità ancora da esprimere. Certo, con questo non si vuole moderare il dolore del distacco o il dramma della perdita. Tali esperienze segnano inesorabilmente negli affetti chi rimane. E tuttavia lo psicologo non dovrebbe soffermarsi solo a considerare gli aspetti narcisistici o egocentrici legati all’affettività, che pure esistono e sono importanti. Superandoli, come espressioni del carattere o dell’affettività, potrebbe invece comprendere meglio attraverso la portata di un fenomeno esistenziale ineluttabile la società moderna governata – almeno nell’ultimo periodo – da una cultura che professa l’abolizione di ogni regola come conquista della libertà.

L’idea del termine che regola la vita da valore a ogni attività umana. Basti pensare alla durata del setting nel colloquio psicologico che ha un limite (all’interno del quale si sviluppa qualitativamente la relazione), oppure alla qualità connessa con la durata del tempo dedicato alla cura della famiglia e dei figli (che oggi è formalizzato anche all’interno di una norma), solo per fare una semplice enumerazione di alcuni momenti della vita che possono essere ricompresi tra i fenomeni di durata e termine dell’esistenza vissuta. Se l’uomo non avesse la consapevolezza della durata e del termine tutta la potenzialità dell’esistenza si sintetizzerebbe nella consuetudine della ripetitività che E. Minkowski (Il tempo vissuto) nel suo saggio sulla morte, rappresenta come un film al rallentatore, nel quale si vede la vita povera di slancio vitale (élan).

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Le nostre società sempre più tecniche e scientifiche nonostante garantiscano un maggiore agio, intensificando l’arte di vivere bene, possono riprendere il discorso intorno al valore delle relazioni umane – e per quelle affermare un nuovo senso di comunità – solo riaffermando il contatto con i due fenomeni esistenziali che tracciano la biografia di una vita, accettando consapevolmente che ogni esistenza vissuta ha una durata e un termine.

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