Da Cesena a New York per combattere i tumori: ricercatrice in finale ai premi Issnaf a Washington

La storia di Zappasodi è un racconto che mette insieme ricerca, tenacia e l’intuizione di indirizzare i propri studi in un ambito che nel corso degli anni ha visto crescere esponenzialmente la propria importanza

La ricercatrice cesenate Roberta Zappasodi è stata selezionata per le finale degli Issnaf Awards. I premi saranno assegnati dalla fondazione che riunisce 4.000 scienziati italiani in Nord America nel corso dell’'evento annuale di Issnaf all’'Ambasciata italiana di Washington, che gode dell’'alto patronato del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Tra i 15 finalisti saranno premiati i 5 migliori. Creata per iniziativa di 36 noti scienziati ed accademici, tra cui 4 Premi Nobel, Issnaf è un’o'rganizzazione non profit, la cui missione è quella di promuovere la cooperazione in ambito scientifico, accademico e tecnologico tra ricercatori e studiosi italiani che operano in Nord America ed il mondo della ricerca in Italia. È il maggiore rappresentante della diaspora intellettuale italiana in Nord America e un ponte che collega le due rive dell’Atlantico, per consentire la condivisione e la diffusione di un inestimabile patrimonio conoscitivo.

La storia di Zappasodi è un racconto che mette insieme ricerca ("applicata, mi appassiona la possibilità di contribuire concretamente alla cura dei tumori"), tenacia e l’intuizione di indirizzare i propri studi in un ambito che nel corso degli anni ha visto crescere esponenzialmente la propria importanza. Bologna, Milano e ora New York: tappe di una carriera che ora la vede finalista per l’award Issnaf.  Nata a Cesena, 37 anni, Roberta ha studiato Biotecnologie Mediche all’Università di Bologna. "Mi sono poi trasferita a Milano dove ho fatto il dottorato all’Istituto Nazionale dei Tumori. Ero nel gruppo del professor Massimo Gianni coordinato dal dottor Massimo Di Nicola, appassionata di immunoterapia. Lo studio dell’immunologia mi aveva colpito particolarmente all’Università. Mi interessava capire i meccanismi d’azione alla base delle risposte immuni, ma la complessità della regolazione del sistema immunitario mi faceva pensare che sarebbe stato quasi impossibile che l’immunoterapia potesse davvero diventare mainstream per la cura dei tumori".

A Milano gli orizzonti di Roberta si sono però allargati. Ha iniziato il suo percorso sotto la supervisione del dottor Di Nicola e sviluppato numerosi progetti interagendo con altri gruppi di ricerca all’Istituto Nazionale dei Tumori («quello di Mario Colombo, per esempio, focalizzato a studi di immunologia molecolare in modelli preclinici»). Durante gli studi di dottorato ha beneficiato molto dall’interazione con supervisors esterni, con incontri regolari alla Oxford University per mostrare il proprio lavoro e capire gli sviluppi possibili. "Feedback esterni che hanno allargato i miei orizzonti. Pareri che ti permettono di uscire dalla tua zona di comfort, ti fanno accendere lampadine". A Milano era impegnata a sviluppare vaccini contro i linfomi. "Li preparavamo usando i tumori dei pazienti, avevamo trovato il modo di rendere le cellule maligne visibili al sistema immunitario, quindi immunogeniche e attaccabili". Passi avanti importanti, ricerche sempre più mirate. Ma con i campioni limitati ottenibili dai pazienti si possono per lo più sviluppare ipotesi ed è difficile capire esattamente le cause dei fenomeni biologici. Roberta quindi ambisce ad approfondire i meccanismi molecolari alla base dell’immunoterapia dei tumori. «Gli studi di correlazione non consentono di trarre conclusioni certe, è fondamentale comprendere nel dettaglio i meccanismi causali alla base di un qualsiasi tipo di trattamento».

Ed ecco quindi l’avventura al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. "Pensavo di restare un anno, e invece è da quasi 6 anni che sono qua. Un percorso necessario che consiglierei a tutti, mi ha cambiata molto. Ai ragazzi più giovani suggerirei proprio questo: non abbiate paura di esplorare cosa veramente volete fare e non abbiate paura di andare lontano per farlo". Nel frattempo, l’immunoterapia cambia agli occhi del mondo scientifico. E negli Stati Uniti l’importanza dello scienziato non è messa in discussione come spesso accade in Italia, anzi. "Dal taxi driver a chi vende noccioline, in molti sanno che la scienza è importante. Le persone sanno cos’è l’immunoterapia. Talvolta mi ringraziano per strada. In Italia non percepivo lo stesso entusiasmo nei confronti della scienza ed è davvero difficile avere i mezzi per fare bene il lavoro dello scienziato. Un peccato: la preparazione che ho avuto in Italia è stata eccellente. Ma nel nostro Paese c’è una tendenza all’omologazione verso la mediocrità". Negli Stati Uniti il merito viene riconosciuto e la ricerca finanziata. Tanto che Roberta nel 2016 entra a far parte del Parker Institute for Cancer Immunotherapy, fondato da Sean Parker per finanziare e coordinare gli sforzi di ricerca dei migliori scienziati nel campo dell'immunoterapia dei tumori. "Tuttora sono una loro investigator. Un’esperienza importantissima, mi ha permesso di entrare in contatto con i luminari e i pionieri dell’immunoterapia, come Jim Allison (ndr. Premio Nobel 2018 per la medicina per i suoi studi sull’immunoterapia dei tumori)". Sempre nel 2016 Roberta vince il prestigioso Presidential Award della Society for Immunotherapy of Cancer, mentre nel 2017 riceve il Popular Mechanics Breakthrough Award. 

A New York Roberta studia meccanismi d’azione mirati per abbattere le resistenze a una classe di farmaci immunoterapici, che vanno sotto il nome di checkpoint blockade, in quanto bloccano i freni molecolari allo scatto della risposta immune. "Oggi, infatti, siamo già allo step successivo con l’utilizzo di questi immunoterapici: la ricerca di come superare le resistenze. Questo approccio ha rivoluzionato la storia clinica di malattie come il melanoma metastatico e il tumore al polmone. Ma non tutti i pazienti rispondono, e alcuni di quelli che rispondono possono sviluppare recidive in un secondo tempo. È fondamentale ora capire perché questo accade e intervenire farmacologicamente in modo preciso per evitare che accada". Lavorando in questa direzione, Roberta ha individuato una nuova popolazione di linfociti immunoregolatori, che vanno a limitare le risposte immunologiche contro il tumore, e che possono interferire con l’attività degli inibitori dei checkpoint immunologici. In particolare, Roberta ha osservato che l’inibizione del famoso checkpoint CTLA-4 aumenta i livelli di questa popolazione cellulare.  Se i livelli di questi linfociti diventano troppo elevati in risposta al trattamento, allora la capacità del sistema immunitario di attaccare il tumore diminuisce e ciò favorisce lo sviluppo della resistenza.

Queste cellule esprimono alti livelli del secondo più studiato checkpoint immunologico, PD-1. Roberta ha quindi pensato di bersagliare i linfociti immunosoppressivi bloccando PD-1. È così riuscita a dimostrare che questa strategia in effetti è in grado di normalizzare i livelli di queste cellule e di contrastarne la funzione immunoregolatoria, ristabilendo l’attività anti-tumorale del trattamento. Questi risultati hanno un’implicazione diretta. Infatti, misurando la quantità dei linfociti soppressivi nel sangue dei pazienti durante la terapia, sarà possibile ottimizzare le dosi e la combinazione degli inibitori dei checkpoint immunologici per evitare che queste cellule raggiungano livelli troppo elevati e impediscano l’efficacia del trattamento.  Ed è questa la grande importanza della ricerca di Roberta: non un procedere per prove e tentativi, ma un’analisi accurata dei meccanismi molecolari di «resistenza» per individuare con la massima precisione possibile nuovi targets e marcatori per capire con quale combinazione di farmaci ciascuna categoria di pazienti deve essere trattata per massimizzare la possibilità di una risposta clinica.  Studi che non si fermano, ma continuano. Un altro obiettivo è già messo a fuoco, la ricerca non aspetta. «La sognatrice» prosegue: lo chiede la scienza. 

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