Pagnoncelli alla Summer School: "Sondaggi usati come bussola per inseguire il consenso"

Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia, ospite della Summer School di Cesenatico "Italia Mondiale"

“La penisola che non c’è” è un Paese distopico: gli italiani spesso hanno in mente un Paese che non rispecchia la realtà. Nel mio intervento alla Summer School di Scuola di Politiche voglio mettere in guardia rispetto a quello che è stato un tratto importante che ha caratterizzato la politica negli ultimi 25 anni,  cioè, la centralità che ha assunto l'opinione pubblica”. Lo dice Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia, nel suo intervento “La Penisola che non c’è”, alla Summer School, Italia Mondiale, della Scuola di Politiche di Enrico Letta.

“Voglio mettere in guardia perché, da un lato, - sottolinea il noto sondaggista - riscontriamo che le percezioni dei cittadini, le modalità con cui questi ultimi vivono i diversi fenomeni, sono talora molto distanti dalla realtà. Tende a prevalere una lettura molto negativa, molto distorta del Paese ed è bene che chi si appassiona di politica o vuole impegnarsi nell'ambito politico, sappia che la politica deve prendere le distanze dall'opinione pubblica. L’opinione pubblica è spesso disinformata, ha scarse competenze, ha la presunzione di saper tutto. La politica che ha segue l'opinione pubblica rinuncia a quello che è il ruolo della politica: molto spesso si usa il sondaggio come agenda delle priorità come bussola della politica per inseguire il consenso. Un consenso che, come abbiamo visto negli ultimi anni, evapora rapidamente. Forse la riflessione è proprio questa: vale la pena inseguire una opinione pubblica che ha molti limiti rinunciando in questo modo a quella che è l'attività della politica? Solo 1 italiano su 4 sa dare una definizione corretta dello spread. Gli altri 3, circa il 54% non sa di cosa stanno parlando".

"Perché siamo così ignoranti? Perché c’è così tanta differenza tra percezioni e realtà?", si chiede Pagnoncelli. "Il 56% di chi va a votare ha raggiunto almeno la licenza media. Abbiamo un problema serio di scolarità e istruzione. C’è una sorta di analfabetismo numerico legato alle emozioni” quando qualcuno ci chiede di dare le dimensioni di un fenomeno che ci preoccupa, inconsapevolmente, siamo portati a dare dimensioni diverse da quelle che sono. C’è l’idea che il numero sostenga il nostro modo di pensare".

A influire anche il modo in cui le persone si informano. "Oggi abbiamo più possibilità di informarci, di sapere e di conoscere. La televisione mantiene la sua centralità, ma si sono moltiplicati gli appuntamenti informativi. I social network sono uno spazio autentico di confronto, ma stanno diventano sempre di più “il regno delle persone che la pensano come me”. Chi la pensa diversamente viene escluso".

"Se questo è un Paese che ha bisogno di riforme profonde – conclude Pagnoncelli - bisogna avere il coraggio dell’impopolarità. Bisogna usare il sondaggio per capire se gli italiani capiscono quello che stiamo per fare e non per definire le politiche”.

Orsina (Luiss): "Ecco i motivi della crisi di governo di agosto"

“La “crisi di agosto”2019 in Italia nasce dalla mancata corrispondenza tra vittoria della Lega in Italia e sconfitta in Europa”. Lo dice il professor Giovanni Orsina, professore di Storia Contemporanea Italia e di Sistemi politici europei alla LUISS di Roma, nel suo dialogo: “”Un’estate italiana: populismo e ritorno?”, con il direttore de l’Espresso, Marco Damilano, a Cesenatico, alla Summer School di Scuola di Politiche, Italia Mondiale.

“La sfida del populismo – continua Orsina - ha radici profonde. I populismi non sono una malattia, ma sono il sintomo di una malattia che ha radici molto profonde. I populismi hanno a che fare con la governabilità del mondo e dei processi storici che, a partire dagli anni ’60, diventano sempre meno gestibili. Rispetto a questo elemento profondo, i cosiddetti “populismi”, sono un tentativo di risposta. In Italia, che è un Paese più fragile di altri, tutto questo espolde e si sente in maniera più forte che altrove. La mancata corrispondenza tra populismo italiano e populismo europeo si spiega con la debolezza italiana. Abbiamo una crisi di governabilità della storia che ha accelerato dall’89 in poi. Davanti a questo, abbiamo tentato una serie di soluzioni: meccanismi di mercato, tema dei diritti, integrazione europea, sono tutti tentativi per risolvere il problema della governabilità del mondo, ma con risultati non soddisfacenti. Questo tentativo è passato sempre più verso processi di depoliticizzazione che hanno spostato il potere verso élite e oligarchie, sempre più sottratte al controllo dell’opinione pubblica. L’esplosione del populismo è stata una reazione a tutto questo. Il riflesso di chiusura delle classi dirigenti è un tentativo di comprare tempo, che rischia di rendere ancora più precaria la capacità di capire e che genera nei governati senso di esclusione e insoddisfazione”.

“Nella crisi italiana di agosto – ha aggiunto Marco Damilano - tra le varie vicende, abbiamo un presidente del Consiglio che, per la prima volta nella storia repubblicana, è sempre lo stesso con due maggioranze diverse. Nel 2018 l’Italia è stata il laboratorio del populismo europeo. Il Movimento 5 Stelle è passato dal “vaffa” alla pochette.  Cosa può rappresentare? Una nuova sinistra, un nuovo centro?

Secondo Orsina: “Quello del Movimento 5 Stelle, oggi diventa uno dei ruoli più interessanti da osservare in tutta la politica italiana. Al suo interno ci sono due anime molto difficili da leggere e bisognerà vedere se questo sarà un elemento di destabilizzazione del governo”.

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