"L'autonomia delle tre regioni del Nord rischia di disgregare l'unità e i servizi base"

"Assurdo che in questa logica vi sia anche l’Emilia Romagna. Non è in questo modo che il PD può pensare di invertire la china recuperando voti"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di CesenaToday

Siamo alle battute finali della proposta di legge che una commissione Governo – regioni interessate sta predisponendo per dare attuazione all’art.116 della Costituzione che prevede la possibilità di trasferire alle Regioni ulteriori competenze in 23 materie, oggi di competenza esclusiva dello Stato. La possibilità è stata introdotta dalla riforma del 2001 (governo Berlusconi) su richiesta della regione interessata. Attualmente Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna sono le Regioni che hanno avviato la richiesta, mentre altre 5 sono un passo indietro. Queste tre regioni producono il 40% del PIL italiano; da tempo hanno in corso la richiesta di maggiore autonomia sino ad oggi bloccata dai vari governi che si sono succeduti, per le ovvie implicazioni che una tale riforma produrrà sulle varie articolazioni dello Stato.

Perché oltre alle competenze verranno trasferite anche le risorse per gestirle. Oltre alle regioni ad autonomia differenziata esistono già 4 regioni a statuto speciale e 2 province autonome che per la particolarità del loro status fin dalla nascita godono di condizioni particolari di privilegio. All’interno della compagine governativa la Lega spinge, perchè si sancirebbe l’indipendentismo padano di bossiana memoria, mentre i 5 stelle cercano di opporsi al trasferimento di competenze. Risulta che si stia proseguendo sulla base della pre-intesa che il governo Gentiloni aveva raggiunto con tutte e tre le regioni per trasferire 5 materie, sulla base di un fabbisogno standard fissato in base ai residenti (ovviamente) ed al gettito tributario della singola regione. Mantenere maggiori risorse nelle Regioni più ricche vuol dire far saltare il riequilibrio in atto oggi. Significa il superamento del principio di garantire a tutti i cittadini un livello base di servizi garantiti, in termini di qualità e quantità.

La prima operazione da fare sarebbe quantificare i costi necessari a garantire le prestazioni base in ogni angolo del paese sulla base di costi standard, ed eventualmente ripartire il surplus. Procedere in questo modo significa affossare ancor di più le aree più deboli, creare servizi scadenti in quanto la professionalità si sposta ove può beneficiare di una paga migliore. Già queste differenze si vedono nella sanità, con differenze spaventose tra regione e regione, che obbligano chi ha bisogno veramente del servizio ed ha a disposizione maggiore benessere a spostarsi ove ha garanzie migliori; trasferire materie come l’istruzione dei giovani – come si propone - significa devastare e distruggere un sistema unitario faticosamente raggiunto. Non stupisce che il governo giallo verde anche in questa materia sia in stato confusionale, ma assurdo che in questa logica vi sia anche l’Emilia Romagna. Non è in questo modo che il PD può pensare di invertire la china recuperando voti. Quando si faranno sentire gli effetti di questa riforma l’Italia sarà in pezzi ed i cittadini dovranno ricordarsi chi ha causato tutto ciò.

Tutt’ altro occorrerebbe: ridurre il numero delle Regioni, assegnando alle stesse compiti di programmazione e di legislazione nelle materie assegnate, semplificazione dei livelli di governo ed abolizione delle regioni a statuto speciale, un anacronismo oggi. La priorità è, dunque, quella di un grande progetto di riassetto del sistema di governo locale che investa anche i livelli più bassi (con l’abolizione delle Province, l’accorpamento dei Comuni e la creazione di città metropolitane in territori omogenei e non solo nelle grandi città). Questa sarebbe una riforma coraggiosa da mettere in atto quanto prima per ammodernare lo Stato.

Renato Lelli - Segretario Regionale PRI

Torna su
CesenaToday è in caricamento