"Piadina romagnola" sulle insegne di chioschi e negozi? Si rischia la maxi-multa

Vietato utilizzare il termine "piadina romagnola" nelle centinaia di chioschi e negozi della Romagna? E' da brividi quello che si prospetta per la 'pida', tra l'altro una delle componenti fondamentali del richiamo turistico della Riviera

Vietato utilizzare il termine “piadina romagnola” nelle centinaia di chioschi e negozi della Romagna? E' da brividi quello che si prospetta per il cibo di strada per eccellenza della Romagna, tra l'altro una delle componenti fondamentali del richiamo turistico della Riviera. Infatti, da insegne e cartelli dovrebbe sparire la dicitura “piadina romagnola”, altrimenti si rischia una multa salata. Ma non si tratta solo di un problema di denominazione, ma di tutta una tradizione e di tanta passione che in quelle due parole si riconoscono.

MULTE A CHI SCRIVE “PIADINA ROMAGNOLA” - Le multe, almeno in un caso, sono già arrivate. A renderlo noto è stata la trasmissione di Raitre “Report” di domenica sera, che ha evidenziato le incongruità del marchio Igp sulla piadina. Il giornalista Giuliano Marrucci ha intervistato un coltivatore del ravennate sanzionato con una multa di circa 4.000 euro dal Corpo Forestale dello Stato, per aver posto in vendita in un mercato ambulante di Ravenna piadina prodotta utilizzando la sua farina, con la scritta “Piadina Romagnola”, “evocando in tal modo il prodotto di qualità Piadina Romagnola Igp”. Questo caso (si tratta del primo), era stato paventato dagli oppositori al marchio Igp proprio tra le più negative e infauste conseguenze del marchio.

> IL RETROSCENA- CONFESERCENTI: "CERCAMMO UNA MEDIAZIONE PER LA PRODUZIONE ARTIGIANALE, MA NIENTE DA FARE"

DIFFICILE SPIEGARLO AI PIADINARI - E vallo a spiegare quindi ad una piadinara che fa la piadina, magari con la ricetta tramandata dai nonni, che ora lo stesso prodotto di cui è tanto orgogliosa non lo può più chiamare “piadina romagnola”. Spiegarlo, non è proprio semplice: tutto nasce appunto dal marchio Igp (indicazione geografica protetta), chiesto da un consorzio di produttori di piadina industriale, per proteggersi da altri produttori industriali che altrimenti ovunque nel mondo potrebbero usare il marchio “piadina romagnola”. Tuttavia il riconoscimento dell'Igp ha tagliato fuori anche tutti coloro che, in Romagna, fanno la piadina romagnola ma non seguono il disciplinare proposto dal Ministero delle Politiche Agricole all'Unione Europea: per intenderci chioschi e negozi in cui si vende piadina fresca e fatta a mano. Vale a dire la “vera” piadina.

IL REBUS DEL DISCIPLINARE Per poter usare il nome “piadina romagnola” questi soggetti dovrebbero assoggettarsi ad un disciplinare sugli ingredienti e la produzione, un disciplinare che però prevede qualità inferiore a quella dei produttori artigianali, impossibilità di variare la ricetta (in molti per esempio usano un po' di latte che però il disciplinare non prevede), ma soprattutto vieta di indicare l'origine degli ingredienti, che sono la base della bontà di molte piadine dei chioschi di paese. Inoltre dovrebbero assoggettarsi a controlli e sobbarcarsi di ulteriori spese per poi poter dire quello che i loro clienti sanno già, cioè che vendono “piadina romagnola”. Insomma, la dicitura “piadina romagnola” non è più generica, ma è di “proprietà” di chi aderisce al marchio Igp.



LA TRASMISSIONE DI REPORT – Per spiegare questo paradosso Report è giunta a Cesena lo scorso aprile per registrare la trasmissione, realizzando alcune interviste per parlare della opposizione al marchio Igp per la Piadina Romagnola mossa dalla Confesercenti Cesenate e da Slow Food. Nella trasmissione, per approfondire l’argomento sulle incongruenze di questo controverso Igp, sono andate in onda le dichiarazioni di Graziano Gozi, direttore della Confesercenti Cesenate e Gianpiero Giordani, coordinatore della Associazione per la Valorizzazione della Piadina Romagnola. Le riprese si sono soffermate a raccogliere le opinioni delle storiche piadinare Maria Pavirani, in piazza Fabbri e Donatella Ricci, in viale Marconi, trasmettendo immagini di molti chioschi che costellano Cesena per raggiungere poi anche Nud e Crud, a Rimini, con l’intervista a Sergio Gnassi.

LA SCAPPATOIA – Per ora l'unica scappatoia sembra poter essere una sentenza del Tar del Lazio che di fatto sospenderebbe il marchio Igp. A promuovere il ricorso è stata un'azienda modenese produttrice di piadina, che essendo fuori dall'area geografica della Romagna non può più chiamare così il proprio prodotto. La sentenza del Tar sostanzialmente ribadisce le ragioni di Confesercenti, ed è stata appellata al Consiglio di Stato. Nel frattempo l'Europa ha registrato il marchio Igp della piadina e quindi ci sono due norme contrastanti: quella europea che rende attivo il marchio e la sentenza del tribunale amministrativo che la “congela”. Se arriveranno multe, quindi, si potrà tentare la strada del ricorso appellandosi a questa discordanza normativa.

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