Il caso di Steven squarcia il velo sul dolore invisibile di migliaia di persone: malate e poi disoccupate

Casi come quelli di Steven purtroppo, se ne verificano molti. Solo l'azione encomiabile di un datore di lavoro che si è ribellato su quella che è una vistosa e ingiusta mancanza legislativa

Casi come quelli di Steven purtroppo, se ne verificano molti. Solo l'azione encomiabile di un datore di lavoro che si è ribellato su quella che è una vistosa e ingiusta mancanza legislativa ha permesso di accendere un faro su un dolore invisibile vissuto, e non da ora, da migliaia di persone in tutt'Italia. Nel momento della malattia, quella lunga e che ti fa temere per la tua stessa sopravvivenza, tumori in primis, dopo sei mesi l'Inps ti abbandona. Lo fa perché così dicono leggi e regolamenti. Certo, lo Stato continua a garantire cure e terapie col suo sistema sanitario (almeno dove funziona con buoni livelli di assistenza), ma non garantisce che il malato, se e quando guarirà, possa tornare al suo posto di lavoro, riprendendo una "vita normale" dopo un'orribile parentesi. E quindi il malato, oltre alla malattia, scaduti i termini dei sei mesi, si trova di fronte ad un'ulteriore carico psicologico: catapultato all'improvviso verso la povertà e "violato" nella sua dignità sociale di lavoratore.

Una questione di cui dovrebbe farsi carico la politica, ma che purtroppo - tranne alcune eccezioni - nessun politico locale ha dichiarato pubblicamente di volersene occupare, preferendo temi più "comodi" che sceglie accuratamente e spesso in modo auto-referenziale con comunicati stampa inviati quotidianamente alle redazioni. In fondo per i politici il tema non si pone: per loro, infatti (e giustamente), la legge prevede tutele ben maggiori: un'aspettativa della durata totale di un mandato amministrativo. Quindi se un politico fa il deputato, il senatore, il sindaco o l'assessore per dieci anni, ha diritto a conservare il proprio posto di lavoro, non retribuito. Il malato grave invece ha sei mesi per rimettersi in sesto, altrimenti dice addio all'impiego, magari costruito dopo una sudata carriera.

Dopo 6 mesi di malattia è meglio perdere il posto di lavoro?

Che strumenti legali ha in mano chi si trova a mancare dal posto di lavoro per oltre sei mesi per un'evidente malattia, come Steven? CesenaToday lo ha chiesto ad alcuni esperti.  "Ci sono sempre più persone, tra l'altro giovani, con un'età che va dai 30 ai 55 anni, che si ammalano e necessitanto di cure pesanti come la chemioterapia e di una convalescenza lunga - rimarcano dal Caf delle Acli - quasi sempre più lunga di quella che può concedere l'Inps che solitamente si ferma a 180 giorni in un anno. Per sopperire a questa normativa ci sono due possibilità: una è l'assegno di inabilità e l'altra è la pensione di invalidità. Con la seconda, però, non si può più tornare a lavorare, ed entrambe sono calcolate sui contributi versati fino allora. Necessitano entrambe di requisiti medici e amministrativi (almeno aver versato tre anni di contributi)". 

In sostanza, il sistema di assistenza incentiva lo stesso lavoratore a lasciare il posto, potendo così accedere a sussidi erogati alle persone inattive, come la disoccupazione e gli assegni e pensioni erogati in caso di malattia. Ma se il lavoratore malato, in età pienamente produttiva, vuole tornare al proprio lavoro? Le armi sono spuntate: oltre a trovare lui stesso conveniente lasciare l'impiego, il datore di lavoro da parte sua può interrompere il rapporto. Non tutti sanno però che esiste anche un periodo di comporto, ovvero il diritto a conservare il proprio posto di lavoro, sebbene il lavoratore non sia più garantito dai sei mesi di malattia. Il periodo viene così stabilito: fino ad una anzianità di servizio di 10 anni: 3 mesi, anzianità di servizio oltre 10 anni: 6 mesi. Ovviamente, nel privato, dipende anche dalla volontà del datore di lavoro che potrebbe decidere di allungare i tempi, mai di restringerli oltre la legge. 

"Per le malattie che hanno bisogno di salvavita ci sono anche 30 giorni in più che non vengono pagati dall'Inps ma dall'azienda - spiega la dottoressa Annamaria Venturi, dello studio Venturi Consulenti del Lavoro di Cesena - che potrebbero essere utili al lavoratore in convalescenza per riprendersi meglio e allungare i tempi di retribuzione e di mantenimeno del proprio lavoro". Il fatto su cui ci sarebbe da riflettere è che spesso le normative sono molto rigide e poco comprensive con chi ha veramente bisogno, aggiungendo dramma al dramma, mentre i furbetti, chissà perché, nella giungla delle normative riescono a trovare le scappatoie più comode. 

Il caso di Steven

L'Inps ha considerato esaurito il suo diritto alla malattia retribuita e la sua azienda, la Siropack Italia di Cesenatico, ha deciso di continuare ad erogargli lo stipendio, rifiutando anche la proposta dei colleghi di pagarlo con una colletta. A rendere nota la vicenda è l'azienda stessa, che si schiera a fianco del proprio dipendente e critica quanto stabilito dall’INPS , che ha deciso la sospensione dello stipendio a partire da settembre 2017. 

Intervista ai titolari: "Lavoratori, una ricchezza per l'azienda"

Il giovane, che tra un mese compirà 22 anni, è un ragazzo che da gran parte della sua vita deve lottare contro una grave malattia. Sin dall’età di 11 anni infatti è affetto da Sarcoma di Ewing, una forma tumorale che si sviluppa prevalentemente a livello osseo. Nonostante i lunghi periodi dedicati alle terapie, è riuscito ad ottenere il diploma presso l’Istituto Professionale “U. Comandini” di Cesena e nel febbraio 2016 è stato assunto dall’azienda Siropack Italia S.r.l. di Cesenatico, con la mansione di terminalista. “Prima che sopraggiungesse l’obbligo di assumere una persona diversamente abile, non abbiamo avuto dubbi a puntare su di lui, nella convinzione che il lavoro potesse dargli un ulteriore stimolo per continuare a combattere la sua battaglia personale – affermano i titolari di Siropack Rocco De Lucia e Barbara Burioli – è un ragazzo infinitamente disponibile e positivo, per questo la sua presenza ha rappresentato, fin dal suo arrivo, un valore aggiunto per tutta l’azienda”.

Purtroppo, nel marzo scorso, l’evolversi della malattia ha costretto il lavoratore a sottoporsi ad un intervento di rimozione di un polmone, dando inizio ad una lunga e delicata convalescenza, tuttora in corso, sotto le cure dell’IEO di Milano e dell’IRST di Meldola, con cui Siropack collabora da ormai da due anni tramite l’Istituto Oncologico Romagnolo, di cui sostiene vari progetti di ricerca. In questo contesto, nonostante il giovane necessiti di tempo per proseguire il suo percorso di recupero, l’INPS è intervenuta azzerando lo stipendio che Siropack versava regolarmente al proprio dipendente, a partire dalla busta paga di settembre, considerando terminati i giorni di malattia concessi.

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“Nei periodi in cui il suo stato di salute gli ha permesso di svolgere la propria mansione all’interno della nostra azienda,  si è dimostrato un lavoratore volenteroso, nonché un ragazzo umile e generoso – concludono i titolari di Siropack – per questo non possiamo permettere che questa decisione renda ancor più difficile la sua situazione. Agiremo con tutti i mezzi a nostra disposizione per sostenerlo e dimostrargli la nostra vicinanza, ed allo stesso tempo sensibilizzare le autorità competenti affinchè i lavoratori come lui possano essere trattati con maggiore umanità”. Da parte sua, l'Inps - pur sollecitata da CesenaToday tramite l'ufficio stampa nazionale - non ha mai fornito una risposta a questo doloroso caso, se non tramite canali ufficiosi.

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