Il sindaco Lucchi depone una corona d’alloro al giardino intitolato alle "Vittime delle foibe"

Il sindaco Paolo Lucchi ha deposto una corona d’alloro ai piedi della targa che indica l’intitolazione ai tanti italiani uccisi nei massacri avvenuti al confine istriano fra il 1943 e il 1947

Si è svolta lunedì mattina (per consentire la partecipazione del Prefetto di Forlì-Cesena Antonio Corona) la cerimonia con la quale l’amministrazione Comunale di Cesena ha voluto celebrare il Giorno del Ricordo, istituito per la data del 10 febbraio nel 2004 “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale". Alle 11.15, nel giardino dedicato alle “Vittime delle Foibe”, in via Certaldo, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose e delle associazioni d’arma, il prefetto Antonio Corona ha tenuto un breve intervento, e a seguire il sindaco Paolo Lucchi ha deposto una corona d’alloro ai piedi della targa che indica l’intitolazione ai tanti italiani uccisi nei massacri avvenuti al confine istriano fra il 1943 e il 1947.

"Questa ricorrenza - sottolinea Lucchi - richiama alla nostra mente una tragedia immensa, che si consumò con ferocia disumana e che per troppo tempo ha rischiato di essere cancellata dal silenzio e dalla disattenzione. E invece necessario ricordare, conoscere, riflettere, è doveroso affinché gli orrori del passato non si ripetano più. Su questo ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: che ha dichiarato "Celebrare la giornata del Ricordo significa rivivere una grande tragedia italiana, vissuta allo snodo del passaggio tra la seconda guerra mondiale e l'inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente. Mentre, infatti, sul territorio italiano la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell'oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave. Dopo le stragi nelle Foibe i circa duecentocinquantamila mila profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti. Ci furono, è vero, grandi atti di solidarietà. Ma la macchina dell'accoglienza e dell'assistenza si mise in moto con lentezza, specialmente durante i primi anni, provocando agli esuli disagi e privazioni. Molti di loro presero la via dell'emigrazione, verso continenti lontani. L'ideale di Europa è nata tra le tragiche macerie della guerra, tra le stragi e le persecuzioni, tra i fili spinati dei campi della morte. Si è sviluppata in un continente diviso in blocchi contrapposti, nel costante pericolo di conflitti armati: per dire mai più guerra, mai più fanatismi nazionalistici, mai più volontà di dominio e di sopraffazione. E, a questo proposito, anche nel Giorno del Ricordo valgono come monito le parole di Primo Levi, che, riferendosi alla Shoa, ha scritto ‘è avvenuto, quindi può accadere di nuovo’. Tocca a noi, tutti noi, ribadire con fermezza che ‘non deve accadere’".

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