Giochi stupefacenti, intervista a B: "Soldi uguale cocaina"

Con l'intervista a B. si chiude il ciclo di "Giochi stupefacenti". Due interviste per mettere in guardia dalle derive del gioco d'azzardo. B è un ex tossicodipendente

Con l'intervista a B. si chiude il ciclo di "Giochi stupefacenti". Due interviste per mettere in guardia dalle derive del gioco d'azzardo. Precedentemente è stata pubblicata l'intervista a un giocatore patologico. Oggi quella a B., un ex tossicodipendente. Entrambe hanno risposto alle stesse domande proprio per mettere in luce le tanti affinità che le due dipendenze hanno in comune.

Cosa c'era di bello nell'assumere sostanze?
«Io ho iniziato a 16 anni. Sono passato dallo spinello alla siringa. Ho bruciato tutte le tappe. Di bello c'era che ti portava a non pensare. Essendo timido e chiuso, mi portava ad aprirmi con gli altri. Ho provato emozioni forti con la cocaina. Sei a ruota libera, non ti accorgi delle conseguenze di quello che fai e questo mi ha portato al carcere. Mi facevo di cocaina per sentirmi sicuro, per affrontare il mondo. Mi sentivo superman. Ma solo all'inizio, poi sei nel tunnel».

Una fuga dalla realtà?
«Sì certamente».

Quanto del suo tempo era incentrato sulla cocaina?
«Pensi alla cocaina in continuazione. Non ti basta mai. Se un giorno decidi di farti una pera di coca stai sicuro che non è una, ma sono dieci. In tre mesi ho buttato via diecimila euro senza rendermene conto. Quando prendevo lo stipendio la mia testa non ragionava più. Soldi uguale cocaina».

Quando si è accorto di aver perso il controllo?
«Mi gestivo il denaro, e il tempo; questa organizzazione mi faceva pensare di aver tutto sotto controllo. Due giorni prima sapevo che avrei incassato la busta paga e sarebbe iniziata la settimana dedicata alla droga. Sapevo di aver il problema, ma non volevo smettere, mi stava bene così. La consapevolezza ti arriva quando ti cade il mondo addosso. La separazione, ho scoperto di essere sieropositivo. Perdi tutto e capisci di essere arrivato. Non hai più nulla. Nonostante ciò era un continuo ricaderci».

Cosa significava per lei il denaro?
«I soldi erano pezzi di carta, strumentali all'acquisto della coca. Non gli davo valore, tenevo i pezzi da 50 euro accartocciati in tasca. Oggi invece vado a fare la spesa e sto attento alle offerte speciali, tutto è cambiato talmente tanto...» (sorriso).

Quale immagine descrive la sua tossicodipendenza?
«Un tramonto in spiaggia che trasmetta l'idea della solitudine. In cui mi vedo piccolo. Sono una persona chiusa e distaccata, questo mi porta ad avere difficoltà nei rapporti con gli altri. Quando sono arrivato in Romagna ho iniziato con la cocaina, mi sentivo molto solo e non sapendo come affrontare il problema lo facevo nella maniera più facile. Un ago nelle vene e poi “via”. Mi sono trovato solo con la mia malattia. E mi fa un male... E' come un cazzotto in un occhio tutte le volte».

Cosa direbbe a un tossicodipendente oggi?
«Vedo sotto casa mia dei ragazzi che iniziano a fumare l'erba. Hanno 16, 17 anni. E mi ci rivedo. Sono spensierati. Mi fanno una rabbia cane. Non direi nulla, ma provo tanta rabbia. Suggerirei loro
di dare più ascolto a chi li vuole aiutare. Io ne ho trovati tantissimi e oggi li ascolterei per non dover pagare come ho pagato io».

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Si ringraziano per la collaborazione B., C., il Ser.t., il dott. Michele Sanza, il dott. Gianluca Farfaneti, la dott.ssa Chiara Pracucci

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