Giochi stupefacenti. Intervista a C: "Vado lì, gioco ed è fatta"

E' legale, "pulito" e accessibilissimo. Chi ha il vizio del gioco d'azzardo è bombardato da opportunità, sono ormai lontani i tempi in cui per puntare forte si andava al casinò o nelle bische

E' legale, "pulito" e accessibilissimo. Chi ha il vizio del gioco d'azzardo è bombardato da opportunità, sono ormai lontani i tempi in cui per puntare forte si andava al casinò o nelle bische. Oggi ovunque è azzardo. Nei bar con le slot, nelle sale da gioco con le Vlt, poi bingo, gratta e vinci, scommesse. Da quando il poker cash è anche su internet non c'è neanche bisogno di uscire di casa. E la prossima frontiera potrebbe essere il tavolo verde direttamente sul proprio cellulare.

Il lato oscuro della pioggia di monete promessa dalle pubblicità è il rischio della dipendenza. Una spirale, un vortice, un tunnel pari a quello delle droghe pesanti. Di seguito riportiamo l'intervista a C., un giocatore compulsivo che ha passato 15 anni sui tavoli verdi dei casinò. In seguito pubblicheremo l'intervista a B. un ragazzo con un trascorso di eroina e cocaina. Molti i punti in comune.

Cosa c'era di bello nel gioco d'azzardo?
«All'inizio avevo delle scariche di adrenalina. Non so perché ho iniziato; svuotavo la testa dai pesi del lavoro, della situazione familiare. La soddisfazione era arrivare a un passo dalla vincita , era una sfida continua. Fino a che arrivi a un punto in cui vincere o perdere non conta, hai solo bisogno di giocare per quell'attimo. Paradossalmente, quando vincevo, avevo una sensazione di fastidio perché sapevo che mi sarei giocato tutto. Inizialmente il valore dei soldi lo hai. Poi quando li hai finiti pensi: “torno lì, faccio la puntata giusta, ed è fatta”. Invece inizia un calvario».

Una fuga dalla realtà?
«Sicuramente, una fuga per poter resettare la testa dalle insoddisfazioni».

Quanto del suo tempo era incentrato sul gioco?
«Dalla mattina alla sera. All'inizio un po' meno, ma la malattia va avanti e pian piano hai sempre più bisogno. Io giocavo al casinò: roulette, black jack. Andavo fino a Chiasso, poi in Austria, Iugoslavia. Purtroppo facevo un lavoro che mi faceva fare soldi a palate e potevo andare a giocare quando volevo. Ero a Bologna? Nessun problema, prendevo su l'auto e partivo».

Quando si è accorto di aver perso il controllo?
«Secondo me mai, per me io riuscivo a controllarmi e a organizzarmi. Avevo un'entrata tutta dedicata al gioco e un'altra che era per la famiglia a cui non ho mai fatto mancar nulla. Mi è capitato di incassare 50mila euro da un lavoro extra, questi soldi sono mai arrivati alla famiglia perchè tutto è andato nell'azzardo. Siamo organizzatissimi. Ad esempio, le lettere delle banche arrivavano in una cassetta postale che non era a casa. Ma dopo quindici anni di gioco pesante sono crollato. Non riuscivo più a organizzarmi sul lavoro, pensavo a far soldi per giocare e questo mi ha portato a crollare. Non puoi farlo per tutta la vita. Ti distrugge».

Cosa significava per lei il denaro?
«Non significava nulla, era uno strumento puro per giocare. Io i soldi sul tavolo non li vedevo, io vedevo dei numeri. Bastava averli; non dici ho dieci mila, ma ho banconote da spendere. Io usavo la carta di credito e posso dire che è un pericolo, perchè perdi la dimensione del denaro che spendi.
Oggi sono riuscito a dargli un po' del valore perso. Purtroppo mi sento un malato che si sta curando. Vivo le 24 ore, giro con pochi soldi e quando sono in crisi coltivo l'orto finché non mi sono calmato».

Quale immagine descrive la sua dipendenza dal gioco?
«Mi vedo come un poveraccio che non aveva capito cosa faceva. Ero solo con me stesso, nella testa c'ero solo io e la solitudine. Qualcosa manca in questo mondo. Siamo sempre più soli. Penso che se uno sta bene in famiglia poi non va a cercare il gioco».

Cosa direbbe a un giocatore patologico oggi?
«A uno che gioca fai fatica a dire qualcosa. Io non avrei ascoltato nessuno. Ce ne è voluto per ammettere il problema del gioco, ma l'ho riconosciuto. Io posso dire solo che se ne può uscire, guardatevi dentro e se ve lo sentite chiedete aiuto. A chi si presenta in associazione chiediamo solo di avere il desiderio di smettere di giocare».

L'associazione Giocatori Anonimi Italia è anche a Cesena. E' possibile contattare il numero 338.1271215, visitare il sito www.giocatorianonimi.org e scrivere a gaitalia_1999@yahoo.it

Si ringraziano per la collaborazione B., C., il Ser.t., il dott. Michele Sanza, il dott. Gianluca Farfaneti, la dott.ssa Chiara Pracucci
 

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